IL SALTO DELL’ANIMA

Mercoledì sera. Non riesco ancora a dormire.

Mille pensieri si rincorrono nella mia mente, mille parole, mille cose da fare.

Mi siedo sulla mia poltrona preferita a fumare una sigaretta: solo qualche minuto in silenzio, per svuotare la mente e preparare un sorta di progetto di sopravvivenza che mi consenta di arrivare a venerdì.

Ma, immediate e repentine, prendono il sopravvento quelle domande che, fin dall’infanzia, mi tormentano.

Qual è il segreto della felicità? Davvero esiste o, in realtà, la felicità è solo una serie di piccoli intervalli in una vita più o meno serena, come uno spot durante un film scadente? E, soprattutto, è possibile assaporarla, gustarla, sentirla o è solo una questione che ci si pone quando si è infelici, lasciando così intendere, amaramente, che felicità è solo assenza di motivi d’infelicità?

Mentre resto assorta in quegli interrogativi che mi risuonano nella mente da che ho memoria, d’un tratto, quasi dal nulla, arriva Tony. Supera sigaretta e posacenere senza nemmeno vederli, prende posto sulle mie gambe, si rannicchia, fa le fusa fino ad addormentarsi, con un’aria beata che non ho mai visto sul volto delle persone che conosco.

Nulla di strano: solo un gatto, un cucciolo che ha voglia di fare le coccole.

Poco dopo arriva Peppa. Non più tanto cucciola, anche lei vuole  trovare posto sulle mie gambe. Ma è diversa: ai miei piedi si ferma, guarda la sigaretta, studia il lato dal quale salire, trova Tony che dorme, cerca maldestramente di sistemarsi nello spazio libero e, non soddisfatta, decide di andare via, con aria di disappunto e un sospiro.

Sì, i gatti sospirano.

Penso a Tony incurante della sigaretta, ai cuccioli che mordono le ciabatte, ai bambini che afferrano i capelli fino a farti male, che se vogliono una palla se la prendono, che sia loro oppure no.

Solo da “grandi” iniziamo a chiedere: “Posso?”. Solo da grandi discerniamo ciò che è nostro da ciò che non lo è. Solo da grandi valutiamo, in ogni attimo, cosa è opportuno o consigliabile fare, cosa è vietato, cosa fa male, cosa conviene, cosa è pericoloso. E, come la Peppa, ci mettiamo in un angolo, a guardare quello che vorremmo avere senza averlo, anche quando è così vicino da poterlo sfiorare con la punta delle dita.

In quell’angolo, prima o poi, ci siamo stati tutti, perché ognuno di noi ha rinunciato a qualcosa, ha desistito davanti a un ostacolo, ha ceduto di fronte ad una convenzione sociale, a un consiglio di una persona fidata, ad una regola morale o religiosa.

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha desiderato qualcosa, per poi relegarsi in quell’angolo, insieme a tutti quelli che vorrebbero avere e non hanno e, per nascondere quella mancanza, si è stampato un bel sorriso sul volto, fingendo di essere felice e di non desiderare di più.

E’ lì, davanti ai miei occhi, il segreto della felicità, così semplice, così perfetto. E’ il segreto dei cuccioli: prendere ciò che si desidera, perché, solo ottenendolo, possiamo dormire con aria beata e svegliarci domani con un nuovo desiderio che sapremo realizzare.

Oppure possiamo sospirare e rassegnarci a vivere nel mondo che ci hanno consegnato, talvolta riuscendo persino a sorridere, mentre restiamo immersi nel ruolo che ci hanno chiamato a recitare e così, col passar del tempo, ci abituiamo a vedere, nel nero, solo il nero e il bianco nel bianco, dimenticando che nel nostro universo ci sono troppi colori, molti dubbi, pochi consensi e, soprattutto, dimenticando che tutti quei colori sono il motivo per cui siamo venuti al mondo, sono la missione della nostra anima.

Non sai come, non sai perché, ma senti che da quell’angolo devi uscire. E per farlo, c’è solo un modo: serve un gesto forte, un salto nel vuoto. Devi buttarti nell’invisibile, osare fare qualcosa che non hai mai fatto prima: darti e fare sacrificio di te.

E, così, riflettendo sui salti nel vuoto dell’anima, mi ritrovo  a pensare al salto in alto: c’è qualcosa di elegante e romantico nel gesto, in quel desiderio degli umani di staccarsi da terra e andare in alto, più in alto di quanto essi stessi siano alti. E mi sovviene Dick Fosbury, con la sua medaglia d’oro vinta alle fine degli anni ’60: una cosa pazzesca, un salto mai visto prima.

Fino ad allora si saltava guardando l’ostacolo, guardando il nemico negli occhi. Dick invece fece una cosa che nessuno aveva mai fatto prima: salta all’indietro, sul più bello si gira e va di schiena.

Uno strappo, un gesto di rottura col passato. Un gesto perfetto, in cui corpo e anima si muovono all’unisono nell’atto creativo.

Certo, la prima reazione del mondo sportivo fu quella di giudicare quel gesto senza senso, quasi pericoloso, perchè in genere questa è la prima reazione degli umani dinanzi a uno strappo: averne paura, considerarlo fuori da ogni logica.

Ma è tutto inutile, perchè quell’attimo consegna il passato alla preistoria. Velocemente. Irrimediabilmente.

Quel gesto di Fosbury è stato il suo sacrum facere, il suo abbandonarsi alla bellezza, senza sapere cosa sarebbe successo dopo. Sono i momenti in cui l’anima chiama e l’essere umano – con un movimento repentino, come un animale selvatico che si gira di scatto –  lascia il bianco e il nero, per lanciarsi nel vuoto,  in mezzo a mille colori.

Il mondo dell’arte è pieno di questi gesti, perché l’anima dell’artista, dell’outsider, del poeta, anela quel salto nel vuoto che è piena realizzazione di sé: l’outsider sente che ciò che si conosce, in realtà, è un’illusione. Egli sente che le luci del mondo, calde e rassicuranti, sono false e solo un salto nel vuoto può restituire all’anima quella gioia che le fa riscoprire la libertà e che, alla fine, è semplicemente vivere.

Forse il mondo, la storia, l’arte, tutto si muove come un pendolo che oscilla tra due poli. Quando la forza arriva a spingere fino all’estremo, il pendolo non può fare altro che cambiare direzione improvvisamente. A quel punto, per andare avanti, resta solo lo strappo, una vera e propria rivoluzione che apre il nuovo orizzonte.

Appena succede, puoi rischiare di perderti, di non vederlo per quello che è. Ma basta poco. Poco tempo, e tutto diventa chiarissimo. Una cosa che ti entra dentro come una lama.

Puoi restare dove sei e continuare ad attingere a quel nettare con cui la società e la famiglia ti hanno nutrito fin da piccolo. Puoi continuare a credere di aver bisogno di logica nella tua vita, ad ossessionarti come un cane che si morde la coda – usando parole di James Hillmann – con domande sul perché dell’esistenza e su come fare per cambiare la tua vita, rendendo così la ricerca della felicità una ricerca di risposte alle domande sbagliate.

Eppure, in qualche luogo nascosto della tua anima, senti, come hai sempre sentito, che di questa vita riuscirai ad afferrare l’essenza solo se sarai disposto ad abitare a lungo nel paesaggio delle domande.

 

 

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