LA VITA E IL LIBRO TIBETANO DEI MORTI

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LA VITA E IL LIBRO TIBETANO DEI MORTI

La vita spesso non è gentile: ti mette davanti cose che non vorresti vedere, sentire, affrontare.

Succede qualcosa di indesiderato e cerchi di attaccarti a tutto ciò che puoi per affrontare l’esperienza negativa, il trauma, l’emozione non gradita, l’evento che mai avresti voluto veder accadere.

E, quando succede, ti trovi in mezzo ad un mucchio di “teorie”: dalle frasi fatte della nonna, in  puro stile nostrano (“cerca di essere forte”/”ciò che non ti uccide, ti rende più forte”/”prendila con filosofia”/”devi reagire” e chi più ne ha, più ne metta..), a teorie più sottili (come, per fare un esempio, il pensiero positivo che tanto si sta diffondendo negli ultimi tempi).

Che siano frasi della nonna o teorie più elaborate, restano, ai miei occhi, pura teoria, perchè non ne ho mai tratto alcun giovamento.

E, in effetti, mi domando: che senso hanno le teorie, quando la vita, di teorico, ha ben poco?

La vita arriva, come un temporale in piena estate e – per quanto tu ti possa essere ben nutrito di frasi/pensieri/teorie volti a renderti più forte  – quando l’uragano arriva, capisci che non c’è storia.

Sei completamente impotente: non c’è nulla che ti salvi dal dolore, perché sei (o, meglio, credi di essere) un essere umano imperfetto.

Resta la resa: surrender, nell’impotenza più totale. Abbandonarsi, arrendersi, fluire con ciò che la vita ti sta portando, anche se non avresti mai immaginato di dover affrontare una tale prova. annegare nel buio, sperando, prima o poi, che la luce si riveli.

Ma, siamo onesti. E’ forse la resa una cosa semplice?

Forse, è proprio la resa l’impresa più difficile ed eroica, quando senti un impulso dal cuore che non ti lascia dormire, perché ci sono cose che non vuoi, non puoi, in nessun modo, accogliere e accettare.

Per quanto tu possa essere consapevole che tutto ciò che accade ha un senso, muove da una causa verso un preciso fine ed è stato scelto dalla tua anima, vorresti solo cambiare tutto.

Ogni volta che mi trovo in questa situazione e – ultimamente, la mia vita mi ci ha portato spesso – mi ricordo di queste parole:

“La fragilità porta con sè bellissimi momenti

di verità, riflessione e meditazione”

(Y. Pranidhana)

Questa frase –  per certi versi banale, se non viene sentita dal profondo del cuore –  mi ricorda la bellezza del dolore, della rabbia, dell’impotenza. E proprio nel mezzo della tragedia, nel frastuono dei tuoni portati dai temporali della vita, senza dover aspettare che l’evento negativo volga al termine, puoi sentire la grande energia che il dolore porta con se’.

Sei nel bel mezzo di un Bardo e sta a te decidere come affontarlo: con curiosità e coraggio, o con la paura che ti porta a cadere nella fossa dell’inconsapevolezza.

Il Libro Tibetano dei MortiBardo Thodol è un libro tibetano che contiene  alcune “istruzioni” che vengono recitate all’orecchio dei morenti nel momento del trapasso (la grande liberazione attraverso l’udire).

Si dice che sia sufficiente aver udito, anche senza aver a fondo compreso, l’insegnamento impartito da queste “istruzioni” per ottenere una buona rinascita, senza cadere, per l’appunto, nella fossa dell’inconsapevolezza.

La parola “Bardo” significa “transito”, o “stato intermedio” e le istruzioni recitate al morente hanno il fine di fargli ottenere l’Illuminazione (o, quando meno, una buona rinascita come essere umano dotato di tutte quelle qualità che potrebbero consentirgli di raggiungere l’Illuminazione nella nuova vita), proprio mentre si trova nello stato di Bardo, di transito, cioè nell’intervallo di tempo che precede una nuova rinascita,

Ma, per quanto sia affascinante la tradizione buddhista tibetana ai miei occhi di studiosa, perchè, in ogni momento di difficoltà, il mio primo pensiero corre al “Libro Tibetano dei Morti”?

Tutto dipende da che significato si vuole assegnare alla parola “morte”, perchè, se in essa si vuol vedere solo il perire del corpo fisico, allora il “libro tibetano dei morti”, per quanto interessante da un punto di vista filosofico e spirituale, non ha molto da insegnarci.

Il fatto è che noi viviamo un bardo, un transito, una morte e una rinascita in ogni istante della nostra vita.

E’ un “Bardo” il passaggio dalle veglia al sonno o dal sonno alla veglia, da uno stato di tristezza ad uno di felicità, dalla malattia alla salute e dalla salute alla malattia; è un “Bardo” la fine di un respiro o di un pensiero, prima che il successivo inizi.

Sperimentiamo un “Bardo” ogni volta che una situazione vecchia volge al termine, per lasciare il posto ad una nuova, ancora sconosciuta: un amore che finisce, la perdita di un lavoro o di una persona cara.

Di fronte a questi eventi, ci troviamo davanti ad una “piccola morte”: muore una parte di noi e non abbiamo alcuna certezza su cosa accadrà poi.

La nostra vita è un lungo susseguirsi di morti e rinascite, che sperimentiamo ogni giorno.

In quest’accezione, ecco che la morte non è (o non è solo) qualcosa che ci accade in un preciso momento della vita per porre termine alla stessa, ma è qualcosa che ci accade continuamente.

Pensando alla morte come a qualcosa che ci accade ogni giorno, in ogni – piccolo o grande – cambiamento, è presto agevole comprendere come il “Libro Tibetano dei morti” è – in verità – un libro per i vivi: la pratica del Bardo ci insegna che nulla è permanente, che tutto cambia in ogni singolo istante (a volte – è vero – in modo più drammatico che in altre), ma il cambiamento è l’essenza della vita stessa e, saperlo affrontare senza paura, ci aiuta ad affrontare ogni evento, ogni scelta con sicurezza e consapevolezza, senza subire gli eventi, senza sentirci vittime impotenti e senza farci sopraffare dai dubbi o dallo sconforto.

“..ogni cosa è divenire, un flusso senza inizio (causa prima) o fine; non esiste un momento statico quando questo divenire raggiunge l’esistenza: non appena riusciamo a concepirlo con attributi di nome e forma, esso è già trasmigrato o è diventato qualcos’altro. Invece di un individuo c’è una successione di istanti di coscienza…. Ci illudiamo se ci permettiamo di credere che ci possa mai essere una pausa nel flusso del divenire, un luogo di riposo dove si raggiunga un’esistenza positiva, anche per un periodo brevissimo di tempo. E’ solo chiudendo gli occhi davanti alla successione degli eventi che possiamo arrivare a parlare di cose invece che di mutamenti…. La sostanza dei nostri corpi, e non meno la costituzione delle nostre anime, cambia di momento in momento, Attribuire agli individui particolari un nome e una forma è solo una convenzione pragmatica, e non l’evidenza della sua insita realtà. Ogni esistenza organica, e ciò che ne costituisce la sostanza è una successione di mutamenti, ognuno dei quali è completamente determinato da condizioni preesistenti.”

(Ananda K. Coomaraswamy)

Ecco perchè considero la pratica del Bardo  pura liberazione: ci consegna istruzioni che ci permettono di vivere senza paura, anche di fronte alle sfide più grandi.

E’ il tuo essere divino che si manifesta, che ti innalza, ti fa sentire dal profondo che tutto ciò che hai davanti, se non hai paura, è amore che la vita ti sta dando, perchè ti porta a fermarti, a sentirti, a sentire che dentro di te c’è qualcosa di più di quell’essere fragile ed impotente che ti sei convinto di essere.

Se riesci ad abbandonare la paura, nella tua debolezza riesci a sentire la forza.

Perchè senza paura non ci sono limiti. E (a costo di apparire blasfema) quello è dio.

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