“Sono Simcha Rabinowicz, venditore d’ombre.
A chi vendo le mie ombre? Alla gente che l’ha persa.

Un’ombra si perde per troppa luce, per troppa oscurità, per troppo vizio o troppa virtù.
Va da sé che la maggior parte dei miei clienti appartiene alla categoria dei viziosi, per questo sono più interessanti.”

Così inizia “Oylem Goylem”, Il mondo è pazzo. Bellissima opera in cui Moni Ovadia racconta la Luce nell’esilio e l’esilio della Luce.

Luce e ombra sono unite intimamente, ma – anche se l’ombra si può perdere a causa di un’oscurità senza luce, in cui il sole cessa di illuminare la luna, l’anima si eclissa e abbandona l’essere umano, ai due estremi del Tempo  – esiste comunque una luce infinita, la luce che fu generata nelle prime trentasei ore della Creazione, la luce che vince il buio.

Ohr HaGanuz (האור הגנוז), la Luce nascosta che rivela l’esistenza e che può essere osservata da un’estremità della Creazione all’altra: attraverso di essa si può vedere come tutti gli esseri e tutti gli eventi siano connessi gli uni agli altri nella luce.

Hashem Ein Sof (יהוה) nascose la luce Ohr HaGanuz (האור הגנוז) dopo le prime trentasei ore della creazione, perché il male la invidiava.

“Formo la luce e creo l’oscurità; Faccio la Pace e creo il male; Io, Hashem, faccio tutte queste cose. “(Isaia 45:7).

Luce e ombra sono state create insieme e, insieme, formano la trama di questo piano di esistenza che nasce dal Respiro di Dio, Tzimtzum (צמצום), da un atto di volontà di Dio Ein Sof (אין סוף),

Luce Infinita, che si contrae, per creare uno spazio vuoto: Chalal Hapnui (חלל הפנוי ), un luogo in cui i cinque mondi, l’uomo, il suo libero arbitrio e, in definitiva, anche l’ombra, possano esistere.

Ma, anche se la Luce Infinita (אין סוף) si ritrae per creare uno spazio vuoto, la Divinità è pur sempre immanente anche in esso: uno degli attributi di Dio.

Infatti è המקום, HaMaqom, Il Luogo, perché se la forza divina abbandonasse il luogo della creazione esso tornerebbe allo stato di nulla assoluto.

Tutto quindi nasce dalla luce, che Hashem riversa e nasconde nei Vasi della Creazione ( שבירת הקלים Shevirat HaQelim), ma la Luce Infinita è troppo potente, rompe i Vasi, ne fuoriesce, si disperde nei mondi generando il dramma cosmico dell’esilio della Luce (che è anche l’esilio del popolo ebraico).

È quindi necessario il dono della Torah תורה che contiene i precetti (mitzvoth מצות), attraverso i quali è possibile compiere il Tiqqun, riparare il mondo (תיקונ עולם,) recuperare le scintille di luce divina nascoste ( ניצוצות Nitzutzoth Qodesh), per ritornare, alla fine del Tempo, all’unità primigenia della Luce Incorrotta, Verità assoluta.

Quello della ricerca interiore attraverso un cammino, che progredisce inevitabilmente lungo un percorso fatto di luce ed ombra, è un tema ricorrente di quasi tutte le dottrine iniziatiche, e l’orizzonte della ricerca si apre, per la stessa natura dell’essere umano, verso la verità.

L’evoluzione della coscienza di ogni individuo ne è, in realtà, allo stesso tempo, prova, strumento e riscontro.

Il cammino dell’uomo, a volte, si svolge anche in modo inconsapevole, senza la coscienza e senza la volontà.

Ciò nondimeno lo sviluppo continuo della coscienza prova che il percorso verso la verità’ e’ nella stessa natura dell’uomo.

L’obiettivo ed il percorso sono inizialmente soggettivi, essendo il prodotto di soggettivi mezzi ed angolazioni.

L’evoluzione della coscienza e l’ininterrotto sviluppo di comunicazioni ed interconnessioni tra gli individui rendono tuttavia progressivamente meno distanti i percorsi e gli obiettivi, e tendono verso un’unificazione.

Ciò non significa che l’orizzonte, la verità, non abbia la sua oggettività: i tentativi formano solo una sua approssimazione che, tuttavia, attraverso i continui sforzi ed il cammino di ognuno, si riduce, e tende verso un approdo che diventa progressivamente sempre più’ unitaria e vicina.

Questo percorso verso la verità’, tuttavia, è segnato non solo dalla luce che rende visibile e accessibile la via, la apre e la sviluppa, ma anche da ombre che si oppongono alla luce, la ostacolano, determinano pause nel percorso evolutivo e temporanee inversioni, senza tuttavia escludere, nel suo complesso, la riduzione dell’approssimazione e l’avvicinamento alla verità.

L’ombra, infatti, quale misura negativa, è necessaria perché la luce (assenza di oscurità), esista, come nei pavimenti a scacchi dei templi massonici, allegoria dell’eterna danza in cui luci e ombre si rincorrono, si inseguono nel tempo finito degli esseri umani generando bellezza, formando la trama della storia.

L’ombra quindi non può essere esclusa dall’evoluzione spirituale dell’essere umano che, come sostiene Martin Heidegger è un progetto gettato nella storia che, ad un certo punto, decide di lavorare su di sé per diventare quel che è (e non sa di essere).

Nella stessa natura dell’uomo vi è il ricercare la verità, approdo irraggiungibile, e spesso il cammino si sviluppa nella prospettiva di un orizzonte perduto, nella memoria un’unità primigenia verso la quale tende l’evoluzione spirituale dell’uomo che compie il gesto di raccogliere ciò che è sparso, verso sintesi che rintraccia il senso smarrito di unità originaria, di un sapere antico, di una parola perduta, simbolo della verità incomunicabile che è luce e vita.

Come nella storia di Giuda Leone, rabbino in Praga che diede vita al Golem pronunciando, come racconta Borges, “el Nombre que es la Clave, la Puerta, el Eco, el Huésped y el Palacio”, e tracciando sulla fronte dell’essere impastato nell’argilla le tre lettere א מ ת che formano la parola Emet, אמת, Verità.

L’essere d’argilla creato dall’uomo quindi prende vita e diventa un fedele servo della famiglia del rabbino e difensore del popolo di Israele.

Ma il gesto della Creazione appartiene a Dio e ciò che viene creato dall’uomo non può che essere imperfetto: ne sono testimoni le sinagoghe che vengono costruite lasciando deliberatamente sempre in vista un piccolo errore.

Infatti il Golem continua a crescere a dismisura, mettendo in pericolo la casa che lo ospita,

Quindi il suo creatore è costretto a distruggerlo cancellando la prima delle tre lettere tracciate sulla fronte della sua creatura, la lettera aleph א che simboleggia Dio Ein Sof,

Luce Infinita.

Senza la prima lettera, la parola diventa Met מת, che vuol dire morto. Quindi la luce del Golem si spegne immediatamente, la creatura va in pezzi e crolla addosso al rabbino che lo aveva creato, uccidendolo e punendo così il peccato di ybris ύβρις, la tracotanza dell’uomo che aveva pensato di poter imitare il gesto di Dio.

Ogni percorso di evoluzione spirituale dell’uomo è tendenzialmente indirizzato verso la luce e ogni brano di apprendimento, ogni pur minima immagine, è’ un passo del cammino verso la verità.

L’obiettivo sarebbe comprendere la verità, impossessarsene; il che significherebbe immedesimarsi in essa. Ma noi non siamo la luce e non siamo la verità che, come sostiene Jiddu Krishnamurti, è una terra senza sentieri che non si può raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola, in quanto realtà illimitata, incorrotta, incondizionata. Essa non può essere raggiunta attraverso strade predeterminate, non esistono sentieri predefiniti per accedervi.

Nessun percorso di evoluzione spirituale può consegnare a chi lo intraprende una verità assoluta e immutabile, ma può semplicemente offrire gli strumenti di lavoro perché l’uomo possa rintracciare il proprio cammino, intraprenderlo, nella consapevolezza che la ricerca interiore è una realtà evolutiva che non può essere predeterminata e cristallizzata in una via prestabilita e che non può avere altro orizzonte, se non quello dell’intera esistenza.

I gesti, le scelte, i passi di ognuno nel cammino verso la luce sono solo tentativi, a volte scommesse, approssimazioni comunque, e tutte le vie offrono solo la possibilità di unire i propri passi a quelli di coloro che hanno già percorso la medesima via e di quelli che la percorreranno, pur nella consapevolezza che ognuno è responsabile delle proprie scelte e del proprio percorso e che, come non esiste una verità assoluta ed univoca, non esistono nemmeno strade tracciate: solo scie nel mare.

Ce lo ricorda Antonio Machado.

“Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino:
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar”.

Morire e rinascere
"MEDITAZIONE E YOGA: LA SPIRITUALITA' DEL CORPO"