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Ilaria

L’Ikigai nello yoga

Ultimamente si sente spesso parlare dei Ikigai, termine giapponese che potrebbe essere tradotto con “ciò per cui vale la pena di vivere”, “ciò per cui vale la pena di svegliarsi al mattino”.

L’Ikigai deve essere un motto che illumina di gioia le tue giornate e ti permette di andare a dormire sereno alla sera, di godere di giornate proficue e di sonno profondo: questo è il tuo ikigai.

Puoi però intensificare la sua presenza nella tua vita e sintonizzare con esso i tuoi comportamenti e le tue energie.

In altre parole si può divenire il proprio ikigai, si può essere il proprio ikigai, respirarlo, viverlo, incarnarlo, ma non afferrarlo con la mente come se fosse una teoria, un concetto o un pensiero”

Ikigai. Ciò per cui vale la pena di vivere. Come scoprire ciò che devi fare e farlo con decisione. pag. 13, Selene Calloni Williams e Noburu Okuda Do

Ma cosa c’entra l’Ikigai con lo yoga?

Prima di ogni lezione, chiedo agli allievi “cosa volete fare oggi?”

Alcuni, non avendo idea di cosa rispondere, distolgono lo sguardo, sperando che qualcun’altro intervenga e li sollevi dall’imbarazzo.

Altri propongono posizioni spettacolari viste sui social e sono pieni di entusiasmo all’idea di riuscire in quella che parrebbe essere una sfida quasi impossibile.

Probabilmente, fino ad ora, ho posto la domanda nel modo sbagliato, perchè, in realtà, la vera questione non riguarda quale posizione vogliamo sperimentare oggi, ma il nostro modo di approcciarsi alla pratica, ogni volta che srotoliamo il tappetino.

Qual è il tuo obiettivo ogni volta che pratichi yoga?

La risposta è una sola: stare bene, trovare pace. Se non ti dà gioia, non è yoga!

Possono esserci mille altri obiettivi (rinforzare, tonificare, riuscire a fare la posizione yoga più avanzata e spettacolare) e va benissimo, ma si tratta di obiettivi secondari.

Ogni volta che entri in una posizione yoga, prova a chiederti: cosa provo? cosa sento in questo momento?

E, se la risposta che ti dai non ha a che fare con un senso di pace e di gioia, allora qualcosa non va nel tuo modo di approcciarti alla pratica.

Gli allungamenti e le aperture delle anche fanno benissimo, ma se lo sforzo che stai facendo non è semplicemente uscire un pochino dalla tua zona di comfort, ed arrivi a provare tensione o addirittura dolore, è il caso di fare un passo indietro.

Trovare pace e provare gioia, nello yoga come nella vita, dev’essere il principale obiettivo.

Questo dovrebbe essere il tuo Ikigai mentre pratichi yoga, il vero motivo per cui srotoli il tappetino. Solo in questo modo, in ogni posizione, riuscirai a respirarlo, a viverlo, ad incarnarlo.

Perchè fai yoga?

Non sono mai stata una persona sportiva, anzi…

Ho provato a fare danza, a giocare a tennis, a nuotare, a sciare, a scalare.

Acquistavo l’abbigliamento adatto e l’attrezzatura, senza badare a spese, per poi mollare, inevitabilmente, dopo un paio di tentativi.

Qualche volta ho provato ad iscrivermi in palestra, su pressione delle amiche, ma non sono mai riuscita ad arrivare alla fine del mese.

E, lo ammetto, non era colpa dell’insegnante o della disciplina: io sono decisamente PIGRA e schiodarmi dal divano è un’impresa!

Per questo, quando le persone mi chiedevano per quale ragione lo yoga sia riuscito ad appassionarmi così tanto e così a lungo, non sapevo bene cosa rispondere.

Elencavo la miriade di benefici che si ottengono praticando yoga, ma… siamo sinceri!

Non sono di certo la schiena più forte, la maggiore tonicità e flessibilità a spingermi ogni giorno a srotolare il tappetino.

Non riuscivo a dare una risposta, ne’ agli altri, ne’ tanto meno a me stessa.

Ma sentivo che c’era qualcosa nello yoga che nessun’altra disciplina riusciva a farmi provare.

Qualcosa di così magico da riuscire a sconfiggere la mia pigrizia (QUASI tutti i giorni!).

Ho ascoltato per un po’ le mie sensazioni prima, durante e dopo la pratica, per riuscire a comprendere perchè non posso più farne a meno.

E alla fine ho capito: è quel silenzio dentro di me, che provo dopo ogni pratica (e non importa se di meditazione o di uno yoga più dinamico che, forse, poco ha a che fare con lo yoga tradizionale..).

Un silenzio fatto di leggerezza e, al tempo stesso, pienezza, come se, con la mia sessione di yoga, fossi riuscita a creare un po’ più di spazio per me in questo mondo.

Ora so che quel silenzio che sento alla fine della pratica, è il motivo per cui pratico.

Meditazione e immobilità

Nella meditazione Vipassana, grande importanza è data all’immobilità del corpo. Ma perchè è così rilevante? 

Nel Dhammapada, Buddha espone le QUATTRO NOBILI VERITA’.

La vita è dolore, il dolore ha una causa, la causa è conoscibile.

Conoscendo la causa del dolore, lo possiamo eliminare e l’Ottuplice Sentiero è il metodo che Buddha ci ha consegnato per raggiungere lo scopo.

Partiamo dal fatto che tutto è dolore (prima Nobile verità).

Non esiste un alternanza di gioia e dolore, ma la vita è tutta dolore perché anche le esperienze apparentemente piacevoli – essendo impermanenti – ci deludono, generando altro dolore. Quindi la verità sulla sofferenza è che la nascita e sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la malattia è sofferenza, la morte è sofferenza, fare ciò che non ci piace, essere separati da ciò che si ama, non ottenere ciò che si desidera è sofferenza.

Potrebbe apparire che il nostro dolore sia compensato dal piacere, ma in realtà è dolore anche il piacere stesso: il desiderio di vivere, la passione, l’ambizione, la sete di piacere, la sete di esistere, la sete di potere sono la radice stessa del dolore. Il dispiacere scaturisce dal piacere dei sensi, non appena viene rimosso l’oggetto del desiderio sensuale; dalla gioia viene il dispiacere, il timore.

Chi è libero dalla gioia, non prova più dispiacere. Chi è libero dall’amore, non prova più pena. Non solo il piacere è il preludio al dolore, ma è il dolore in se stesso, perché la gioia dipende da un piacere esterno a noi stessi e la verità è che non può essere afferrata e non dura più di un momento.”

La meditazione come mezzo per scoprire la causa del dolore

La meditazione è la via verso la consapevolezza della reale natura delle cose: consente, infatti, di andare a scoprire la causa del dolore per poterlo eliminare.

Ma per fare tutto ciò, è necessario avvicinarsi al dolore, al disagio, al disturbo con occhi completamente nuovi.

Avvicinarsi è facile: la vita è dolore! Lo troviamo ovunque: basta mettere attenzione cosciente alla nostra vita.

Ma noi siamo distratti e, soprattutto, quando siamo davanti al dolore, non lo ascoltiamo, non andiamo in profondità, lo rifuggiamo perché abbiamo PAURA!

La paura del dolore ci impedisce di ascoltarlo e ci tiene nel dolore, perché se lo fuggiamo, non lo conosciamo e non possiamo eliminarlo.

Il dolore è lo strumento stesso del processo meditativo. Come diceva il mio insegnante, il Rev. Gotatuwe Sumanaloka Thero: “Se non c’è dolore, non c’è meditazione!”

E quale modo migliore per trovare il dolore, se non sedersi un’oretta a gambe incrociate, in perfetta immobilità, nella posizione del loto???

Quindi, attenzione consapevole (Satipattana), al corpo, a tutti i fastidi e i disturbi che insorgono nella meditazione (e, dopo qualche decina di minuti sono davvero parecchi!), in completa immobilità, andando a guardare il dolore, anzichè evitarlo, come faremmo normalmente.

La mente ci dirà di muoverci, perché abbiamo paura e vorremmo scappare, ma Chi medita sa che, nel silenzio e nell’immobilità del corpo, la pace viene a cercarci.

L’equilibrio è un istante, non un obiettivo

Pratico yoga da tanti anni, ma non sono ancora riuscita a fare pace con le posizioni di equilibrio.

A volte ci scherzo sopra – scomodando persino gli astri per procurarmi una scusa – dicendo che sono dei gemelli e che gemelli ed equilibrio sono una contraddizione in termini. Noi ci proviamo, ma l’universo è contro di noi.. A noi piace volare, anche a costo di cadere, per poi riderci sopra mentre ci rialziamo..

Anche se non mi riescono sempre bene, devo ammettere che le posizioni di equilibrio ci permettono di confrontarci con più aspetti, sia del corpo che della psiche.

Pazienza e resistenza

Sicuramente, le posizioni di equilibrio insegnano pazienza e resistenza.

Ogni volta che si perde stabilità, infatti, due sono le nostre tipiche reazioni.

O ci si spazientisce, sfuffando, alzando gli occhi al cielo, magari chiedendoci quando sarà la volta buona.

Oppure ci si arrende, con il classico “non ce la farò mai”.

Allenarci a non mollare e a non farci sopraffare, mentre cerchiamo di adattarci alla difficoltà che ci crea il continuo oscillare, aiuta a trovare il giusto spirito per affrontare le difficoltà che si incontrano nella vita, fuori dal tappetino.

E, solo con questo, abbiamo trovato qualche valida ragione per continuare a lavorare sugli equilibri

Tornare al centro

Equilibrio non è semplicemente trovare stabilità su una gamba.

È portare tutta la nostra attenzione consapevole al nostro interno, ritirando i sensi e realizzando Pratyahara, anche se non siamo seduti nella postura meditativa.

E’ tornare al centro, dimenticando l’incessante brusio del mondo, avere “il desiderio di separare le cose dal rumore che esse fanno”.

Attenzione consapevole, ad ogni parte del corpo

Quando le posizioni di equilibrio ci risultano difficili, spesso è perché ci concentriamo su tutto, tranne che su ciò che maggiormente conta: il centro.

Non pensiamo solo alla gamba che dobbiamo sollevare, ma concentriamoci sempre su tutto il corpo.

Dal posizionamento del piede a terra, con il peso ben distribuito su tutta la pianta, all’attivazione di tutti i muscoli delle gambe (anche di quella sollevata, che non dev’essere un peso morto!)

La colonna vertebrale si allunga verso l’alto e l’addome è attivo: la parte superiore del corpo non deve aggravare il lavoro alla povera gamba che ci deve sostenere!

L’attivazione del CORE che ci stabilizza e ci permette di ritrovare l’equilibrio, tra continue ed incessanti oscillazioni.

E se questo equilibrio proprio non lo riusciamo a trovare?

La verità, forse, è che cercare di rendere fisso e immobile quel continuo oscillare, è semplicemente un bisogno della nostra mente, del nostro Ego, che vorrebbe avere tutto sotto controllo.

Probabilmente, tentare di fermare ciò che è destinato a muoversi è solo una nostra ambizione, che contrasta con il naturale evolversi delle cose.

Nulla è destinato a durare. Nulla può essere permanente.

Gli attaccamenti a tutto ciò che vorremmo durasse per sempre sono la radice della nostra infelicità, diceva Buddha. Quindi, probabilmente, dovremmo essere più felici quando perdiamo l’equilibrio, che non quando lo conquistiamo..

Yoga: il respiro nel dolore

Quante volte hai sentito dire che lo yoga aiuta a restare nel dolore e che, per superarlo, devi entrare in quel dolore con il respiro?

Io tante. Che sia una meditazione o una posizione, sembra quasi che lo yoga sia una tortura.

Non voglio prendere le distanze da questo approccio. Resterò sempre dell’idea che il dolore che provi oggi, sia la forza che avrai domani.

Non solo perchè il connubio pratica-dolore è alla base di alcune tecniche di meditazione, ma anche perchè non risulterei coerente quando – con una certa soddisfazione – guardo gli allievi che soffrono e sentono sudare parti del corpo che non sapevano nemmeno di avere…

Tuttavia, vorrei che tu valutassi l’idea che questo sia solo un approccio, E che i due concetti – yoga e dolore – non siano intrinsecamente ed ontologicamente connessi.

Di più: vorrei che tu possa addirittura considerare l’idea che lo yoga possa dare piacere. Sempre attraverso il respiro.

Dal dolore al sollievo

Quando esegui un asana che normalmente ti crea tensione (ad esempio una posizione che comporta un allungamento muscolare), anzichè arrivare al limite e “respirare nel dolore”, prova a fermarti un po’ prima del limite.

Resta lì.

Ti sei fermato prima del tuo limite e dovresti sentire un po’ di tensione, ma non dolore.

Respira lì, con gli occhi chiusi, per rendere più profondo l’ascolto di ciò che si sta muovendo nel tuo corpo, senza distrazioni, nemmeno visive.

Entra, con tutta la tua attenzione consapevole, in quella tensione. E non avere fretta.

Osserva, respiro dopo respiro, se la tensione si allevia, se si trasforma, se il corpo si adegua e inizia a provare meno rigidità in quella posizione.

Fino a non sentire più contrazione, ma un po’ più di naturalezza. Quasi comodità.

Solo quando la posizione è diventata “morbida”, puoi iniziare ad andare oltre, avvicinarti a quello che era il tuo limite, ma che adesso è solo un piccolo passo avanti rispetto a dove sei.

Oppure puoi tornare indietro di qualche centimetro, ammorbidire ancora di più quella posizione, per trasformare la morbidezza in sollievo.

Quale strada percorrere dunque?

Per nostra fortuna, lo yoga è un percorso di libertà.

Se una parte del corpo è in tensione, usa la consapevolezza per ascoltarla, il respiro per nutrirla, la fiducia per amarla.

Scegli, ogni volta, l’intensità che vuoi dare alla pratica, ma ricorda sempre che non è lottando contro il tuo corpo che potrai ottenere qualcosa da lui.

Non c’è altro modo di sciogliere dolore e tensione.

Non c’è altro modo di essere liberi.

PADMA MAYURASANA: come una posizione yoga può cambiarti la vita!

Quando ho visto per la prima volta Padma Mayurasana, ho deciso di iniziare a praticare yoga.

Prima praticavo un po’ di yoga da autodidatta, ma dopo aver visto quella fotografia, ho subito contattato l’insegnante e, alla prima lezione, gliel’ho mostrata.

L’ho puntata con l’indice, come i bambini, dicendo: “Voglio fare questa!”.

Ovviamente, è scoppiata a ridere..

Provavo e riprovavo, senza riuscire a staccare le ginocchia da terra e, la prima volta che si sono sollevate, sono subito ricadute a grande velocità sul pavimento, lasciandomi con due lividi viola e difficoltà a camminare per una settimana (vacanza in Sardegna rovinata…)

Dopo un anno e tanti cocciutissimi tentativi (più o meno riusciti), questa fotografia: il mio primo padma mayurasana (quanto meno, il primo con un po’ di sicurezza e stabilità, da poter essere immortalato).

Ultimamente, ho un approccio molto soft allo yoga. Meno posizioni intense e più lentezza e ascolto.

Yoga non è contorsionismo o posizioni acrobatiche: yoga sei tu, con il tuo corpo e il tuo respiro.

Però, ogni tanto, mi piace tornare a Padma Mayurasana, mi fa sentire forte, mi fa ricordare che nulla è impossibile, anche quando sembra difficile (e qualcuno pensa che tu sia un po’ pazza).

A costo di arrivare in classe dicendo agli allievi: “Oggi non praticherò molto, perchè mi fanno un po’ male le ginocchia…”  

PS. Perchè padma mayurasana può cambiarti la vita?

Perchè dopo quella prima lezione, mi sono follemente innamorata dello yoga e ho deciso di iscrivermi ad un corso di formazione per diventare insegnante.

Prima, facevo l’avvocato. Il resto lo puoi immaginare…